Diego Conte centrale


 


Arte gestuale quella di Diego Conte, provocatoria e plastica, una body art paralizzata in quadri surreali, violenti, sbattuti in faccia con figurazioni accecanti, riflesso di un uomo allo specchio in pericolo in un bestiario satanico.
Molteplici corpi ed utensili che rimandano la memoria all'ultimo giorno, entrano in una dimensione artistica, fondendosi secondo una ragione delusa ed incontrollabile..
La creatività gastrica che traspare nelle opere di Conte lo avvicinano ad un espressionismo all’ennesima potenza; l’uomo straccia se stesso inscenando un suicidio intellettuale attraverso un atto distruttivo come reazione alla convivenza obbligata e castrante.

L’incompiuto che strangola l’intimo pulsante, che copre la sofferenza con l’indifferenza del singolo, lo porta ad un atto totalizzante di ribellione.

E’ una reazione, la sua, ad una vita convenzionale e nello stesso tempo liberazione di tensioni coercitive, punto d’arrivo nel ripudio dei falsi principi, propri di cattivi professori dogmatici, repressi e privati dell’audacia e del salto in alto.

La tela di Diego Conte sembra posseduta da una tossina indigesta, responsabile dell’ansia di vivere, ostacolo dell’espansione della mente che ha come conseguenza la moltiplicazione dell’uomo resettato: bloccato e respinto nella crescita dall’orgia di sentimenti manipolati e gettati in un metabolismo vorticoso attaccato da venefiche creature invisibili, i giudizi.
                                                                               Massimo Mondaini




Diego Conte: tra pennello e pugnale.
Quello di Diego Conte è uno stile figurativo impattante e drammatico, intensamente commovente e umano. Nei suoi lavori affronta la cruda realtà senza voler fare concessioni o riserve. Giustapponendo la relazione sensuale e la pulsione fisica alla disperazione e all'irrazionalità, egli mostra l'essere umano come un animale e forse più che una bestia. In un'epoca dominata dall'astrattismo, dalla tecnologia e dai mass-media, Conte riunisce un vasto fondo d'immagini virtuali che abbracciano l'arte del passato, la fotografia, il cinema. Le inquietudini artistiche e filosofiche dell'uomo ‘Conte’ sono il vero filo conduttore del suo ciclo di lavori.
Nella sua pittura, la rappresentazione bestiale della natura umana si combina con concrete allusioni alle devastazioni compiute dalla velocità tecnologica sempre più preponderante. L'avanzamento tecnologico ci invita ad una sorta di accelerazione evolutiva che comporta in primo luogo una ridefinizione del rapporto tra uomo e mondo: tra corpo e spazio esterno. Un sublime al negativo. Ai confini estremi della figurazione. Niente estasi, niente fascinazione, nessuna esaltazione dei sentimenti, ma tutto il fascino dell'inquieto e del torbido, di una meditazione lacerante sulla condizione intima dell'uomo in balia di ipocrisie e finzioni della società. E' questo il rilevante dell'arte di Conte, il veneto capostipite della cosiddetta Nuova Figurazione del 2000, formatosi in seno a una maturità esistenziale del surrealismo, che ha spinto tutte le sue energie creative a indagare e sviscerare la vera essenza dell'uomo contemporaneo, dilaniato dalla monotonia del possesso ma soprattutto assediato dalla quotidianità della giungla urbana. E' questa la poetica del pittore veneto, trapiantato a Roma, classe 1979, dalla personalità complessa al limite di una "sana pazzia", portentoso nelle sue idee, che ha voluto indagare come in un tema ossessivo la condizione dell'uomo nel suo progressivo processo di degradazione spirituale, spingendo fino all'estremo i soggetti della sua pittura, sfigurando figure, scarnificando carni, e facendo tutto questo col vezzo della primitiva natura umana. La sua arte parla chiaro, con una spiazzante semplicità: Conte è un uomo tormentato che dipinge a partire dalla propria esperienza esistenziale, e la sua pittura si rivela autentica ed efficace proprio per la capacità di colpire la sensibilità più profonda e oscura dell'individuo. La sua pittura rappresenta il recupero dell'uomo e della sua centralità, è, innanzi tutto, un'ossessione della vita, un tormento della carne e dello spirito, obbedisce alla necessità di trasferire sulla tela i fantasmi di un'esistenza fragile e disperata, fonte primaria e diretta del suo universo immaginifico. Ma è ancor più rilevante la percezione di come il suo impegno pittorico abbia rappresentato una forma di catarsi, di redenzione della quotidianità, di come alla base dei suoi lavori sia sempre presente la tensione a ricercare uno scarto, seppur minimo, tra vita e arte proprio per garantire a quest'ultima un valore testimoniale assoluto. Immagini corporee di lacerante tensione, spiccano in un universo variopinto, dall'aspetto "scopertamente fallico", quasi disumane e oramai animalesche con i volti devastati da bocche fameliche, che si stagliano su uno sfondo arancione, diventano il manifesto dello smarrimento, dell'orrore, dell'angoscia.
                                                                                   Sara Polidori